Oz Perkins firma un nuovo incubo: il trailer di “Keeper – L’eletta”

Il regista di “Longlegs” torna con un film che evoca “Shining” e i grandi horror degli anni Settanta: il trailer italiano è già tutto quello che serve per capire che questa storia non finirà bene. Dal 12 marzo al cinema con Be Water Film e Medusa Film

Keeper di Oz Perkins
Ufficio stampa

Con immagini ipnotiche, silenzi carichi di presagi e un senso di destino che incombe, il primo trailer di “Keeper – L’eletta” segna il ritorno di Oz Perkins all’horror d’autore. Un assaggio breve ma disturbante, che lascia addosso più domande che risposte. Il regista sa esattamente dove colpire. Dopo aver attirato l’attenzione del grande pubblico con “Longlegs” torna il 12 marzo nelle sale italiane con un nuovo incubo distribuito da Be Water Film e Medusa Film.

Una baita isolata, un anniversario, un segreto che aspettava da generazioni

La storia parte da una premessa che conoscete, e che Perkins usa precisamente perché la conoscete, per poi portarla dove non vi aspettate. Liz (Tatiana Maslany) e il suo compagno Malcolm (Rossif Sutherland) decidono di festeggiare il loro anniversario in una baita isolata in montagna. Boschi, silenzio, romanticherie. Il tipo di weekend che sui social sembra perfetto.

Poi Malcolm sparisce misteriosamente. E Liz si ritrova sola, in un posto che non conosce, con qualcosa che non capisce ancora ma che ha già cominciato a stringersi intorno a lei. Presenze femminili inquietanti. Visioni che si moltiplicano. Una realtà che vacilla.

E al centro di tutto, un sinistro segreto generazionale che coinvolge entità demoniache e immortalità, qualcosa che esisteva molto prima che Liz arrivasse in quella baita, e che sembra averla aspettata da sempre. Il rifugio romantico si trasforma in trappola. La storia d’amore in una questione di sopravvivenza.

Cosa succede nel trailer: due minuti di angoscia calibrata

Oz Perkins costruisce il trailer con la stessa precisione chirurgica con cui costruisce i suoi film. Si comincia in modo quasi ordinario, i boschi visti dal finestrino dell’auto, la voce di Liz al telefono, il calore posticcio di un weekend che deve essere perfetto. Poi arriva la prima incrinatura: una torta stranamente abbandonata davanti all’ingresso, il suo incarto macchiato di una sostanza scura che tornerà.

Da lì in poi l’escalation è inesorabile. L’arrivo di un amico di Malcolm la cui presenza disturba Liz in modo che lei stessa non sa spiegarsi. Le figure femminili che sembrano condividere qualcosa con lei. E infine il grido: vuole andarsene. Ma è già troppo tardi per andarsene.

Tatiana Maslany, Shelley Duvall e i 40 anni

Per interpretare Liz, Tatiana Maslany, protagonista di “Orphan Black”, si è immersa in un mondo cinematografico che fino a pochi anni fa evitava deliberatamente. “L’horror per me è una novità”, ha ammesso. “Gli ultimi cinque anni sono stati la mia scuola di cinema horror, perché prima ero troppo timida per guardare qualsiasi cosa. Ho preso coraggio da quando ho compiuto 40 anni”.

Oz Perkins le ha indicato la strada: decine di film degli anni Settanta, un’estetica precisa, un modello di recitazione che privilegia la vulnerabilità sopra tutto. Il riferimento più esplicito e rivelatore è Shelley Duvall in “Shining”: quella capacità di abitare il terrore dall’interno, di far sentire allo spettatore ogni crepa emotiva del personaggio prima ancora che arrivi il soprannaturale. “Shining è stato un punto di riferimento importante, e la sua interpretazione in quel film sono state entrambe pietre di paragone”, ha detto Maslany.

Oz Perkins: il regista che ha riportato l’horror a fare paura davvero

Oz Perkins, figlio del grande Anthony, per sempre Norman Bates nell’immaginario collettivo, ha costruito una filmografia che è un percorso coerente e sempre più sicuro dentro le zone buie dell’esperienza umana. Da “February” a “I Am the Pretty Thing That Lives in the House”, fino all’esplosione di “Longlegs” che nel 2024 ha conquistato pubblico e critica internazionale: Perkins non fa horror di genere, fa horror come forma di indagine psicologica.

I suoi film sono lenti, densi, costruiti sull’atmosfera più che sullo spavento immediato. Disturbano perché entrano dentro e non se ne vanno facilmente. “Keeper – L’eletta” sembra confermare questa traiettoria, con l’aggiunta di una dimensione soprannaturale più esplicita e di un’attrice che ha tutto per reggere il peso di un film costruito quasi interamente sulle sue spalle.