Keith Haring in mostra a Roma: l’arte che ha cambiato il linguaggio delle immagini

L'allestimento della mostra di Keith Haring a Roma Monkeys Video Lab

A Palazzo Braschi oltre 140 opere raccontano la ricerca di uno degli artisti più influenti del Novecento, capace di unire cultura pop, critica sociale e sperimentazione visiva

Il Bambino Radiante, il Cane che abbaia, le figure umane attraversate da linee di energia: le immagini di Keith Haring sono diventate icone riprodotte su poster, magliette e oggetti di ogni genere. Ma fermarsi alla popolarità di queste figure significa perdere il senso di una ricerca che ha messo in discussione il confine tra arte colta e cultura di massa, tra opere destinate ai musei e immagini pensate per circolare liberamente. Haring non voleva soltanto creare un repertorio di simboli riconoscibili: cercava un linguaggio capace di comunicare con tutti e di affrontare temi urgenti, dalla discriminazione alla sessualità, dalla violenza alla crisi dell’AIDS.

È questa ambizione a guidare la retrospettiva allestita al Museo di Roma, a Palazzo Braschi, dove oltre 140 opere ripercorrono la sua carriera e restituiscono la complessità di un artista spesso ridotto alla forza immediata del suo segno.

Il percorso espositivo tra arte urbana, attivismo e spiritualità

Curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, la mostra riunisce opere provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection e da altre collezioni pubbliche e private. Dai celebri Subway Drawings, realizzati a gessetto nella metropolitana newyorkese, ai sette pannelli di Untitled (FDR Drive #10–#16), il percorso attraversa le diverse forme della produzione di Haring, comprese stampe, sculture, opere su carta e oggetti decorati. Il suo repertorio di figure, tra cui il Bambino Radiante, i cani e i cuori, si affianca ai lavori legati alla musica e alla cultura dei club, mentre manifesti come Free South Africa, contro l’apartheid, Crack Down! e Safe Sex! testimoniano l’impegno politico e sociale dell’artista.

La sezione Radiant Eros, Celebrate Life affronta il corpo, il desiderio e la sessualità attraverso opere come Bad Boys e Untitled, presentate anche con pigmenti fluorescenti e luce nera. Nelle opere più simboliche, invece, la serie Apocalypse, realizzata con lo scrittore William S. Burroughs, introduce una visione inquieta della società, mentre Altarpiece: The Life of Christ, pala d’altare del 1990 esposta durante il funerale di Haring nella cattedrale di St. John the Divine a New York, testimonia il confronto con la spiritualità. L’accostamento tra lavori tanto diversi restituisce la complessità di una ricerca che ha utilizzato un linguaggio visivo riconoscibile per parlare di cultura pop, discriminazioni, libertà e fede.

Un alfabeto di simboli per raccontare la società

Le figure ricorrenti nell’immaginario di Keith Haring non sono semplici elementi decorativi. Attraverso questi soggetti l’artista costruisce un sistema di segni ricorrenti, capace di evocare emozioni e conflitti senza affidarsi alla narrazione tradizionale. Le linee sembrano proseguire oltre i contorni dei corpi, suggerendo un’energia che attraversa le figure e mette in relazione le diverse parti della composizione. Il movimento richiama la musica e la danza della scena newyorkese, mentre la ripetizione dei simboli permette di riconoscere immediatamente le immagini anche quando cambiano dimensioni, colori e supporti.

La scelta di lavorare con immagini accessibili a tutti aveva anche una precisa implicazione culturale. Nel 1986 Haring aprì il Pop Shop a New York, un negozio in cui vendeva oggetti, poster e magliette con le proprie immagini a prezzi accessibili. L’iniziativa suscitò critiche per il rapporto tra arte e commercio, ma rispondeva alla sua convinzione che il valore di un’opera non dipendesse dall’esclusività del luogo in cui veniva esposta.

La vitalità che attraversa le opere di Haring convive con una riflessione costante sulla vulnerabilità del corpo. La sessualità, il desiderio e la libertà individuale occupano uno spazio centrale nella sua produzione, in contrasto con i pregiudizi che colpivano la comunità LGBTQ+ negli Stati Uniti degli anni Ottanta. La diagnosi di AIDS ricevuta nel 1988 intensificò il suo impegno pubblico contro la malattia e lo stigma, senza interrompere la ricerca artistica.

La mostra di Palazzo Braschi permette di seguire lo sviluppo di questo alfabeto attraverso disegni, dipinti, sculture e stampe, mostrando come Haring abbia trasformato un repertorio apparentemente elementare in uno strumento espressivo complesso, una ricerca capace di tenere insieme sperimentazione formale, responsabilità sociale e interrogativi sull’esistenza.