A ogni bambino l’hanno chiesto almeno una volta: “Cosa vuoi fare da grande?”. Le risposte hanno sempre sorrisi e occhi grandi ma poi il tempo passa, si modificano progetti e aspettative e la vita prende altre strade. La domanda allora cambia: “E tu, cosa volevi fare da grande?”. E i sapori delle risposte sono diversi perché a volte c’è la soddisfazione, altre la malinconia, altre lo stupore.
La domanda che pone Marcantonio al pubblico della sua mostra fino al 10 gennaio 2027 a palazzo di Palazzo Rasponi dalle Teste di Ravenna però, cambia prospettiva: “Cosa vuoi fare da piccolo?”. Sì perché non è mai troppo tardi per essere bambini, se questo significa continuare ad avere nell’animo la curiosità, il gioco, la possibilità di guardare il mondo senza lasciarsi condizionare da categorie e convenzioni.
La ricerca cavallo tra arte e design
La mostra Palazzo Rasponi dalle Teste riprende il filo della narrazione e della ricerca di Marcantonio. Curata da Paride Vitale e Nicolas Ballario, ripercorre più di vent’anni di un artista che si è saputo sempre muovere liberamente tra arte e design, trasformando animali, piante, corpi, elementi naturali e oggetti quotidiani in presenze sorprendenti, sospese tra realtà e immaginazione.
Nel tempo Marcantonio ha costruito un linguaggio personale che gioca con forme, materiali e associazioni inaspettate. Le sue sono opere che mescolano fiaba, natura e oggetti quotidiani, con un forte richiamo al dadaismo e al surrealismo di Magritte e Duchamp. La sua ricerca parte dall’osservazione della natura e della vita di tutti i giorni per mettere in discussione il confine tra utile e inutile, realtà e fantasia, invitando a recuperare uno sguardo curioso e libero, simile a quello dell’infanzia.
“Ho sempre pensato che gli oggetti abbiano una storia da raccontare, anche quando servono soltanto a fare luce o a sedersi”, racconta Marcantonio. “Il mio lavoro nasce da lì: da qualcosa di familiare che, all’improvviso, ti guarda in un modo diverso”, spiega.
La mostra a Ravenna
Per Marcantonio, che ha Ravenna ha studiato e ha imparato il mestiere, vedre le sue opere abitare le sale di un palazzo così carico di storia è “un’emozione difficile da descrivere”. “Abbiamo lasciato che le opere abitassero le stanze del Palazzo come ospiti inattesi, accostando pezzi unici e prodotti in serie senza distinzioni” hanno detto i curatori Paride Vitale e Nicolas Ballario.
Dislocate nei 400 metri quadrati tra le eleganti stanze del piano nobile, le scale monumentali e il ballatoio del Palazzo, dove affreschi, stucchi e preziose decorazioni, le opere non seguono un ordine cronologico ma tematico. Si parte dallo sguardo libero e curioso del bambino interiore, si prosegue con la profonda continuità tra corpo umano e natura, si passa alla natura che si riprende con forza lo spazio che le è stato sottratto, fino ad arrivare agli animali che irrompono nell’ordine domestico e sociale, con una carica di ironia e nonsense. Il sacro, infine, viene riletto con delicata umanità in Amen (2009) e nell’inedita Pietà (2026), una piccola, intima scena di cura tra un topolino e un passerotto che si fa grido universale. “Ne esce il ritratto di un artista coerente e insieme imprevedibile, capace di strappare un sorriso e, un attimo dopo, di innescare domande e riflessioni”, commentano i curatori.
L’invito è quello di attraversare un mondo in cui le cose che conosciamo possono improvvisamente cambiare significato, recuperando lo sguardo capace di meravigliarsi e di immaginare le cose in modo differente.
