La giuria della competizione internazionale dedicata al rapporto tra cinema e intelligenza artificiale, presieduta da Gabriele Salvatores, ha premiato il cortometraggio del regista canadese Robert Gaudette
Con l’intelligenza artificiale è cambiato il modo in cui si racconta una storia per immagini. È uno strumento ancora in piena trasformazione, ma già è evidente quanto sia capace di intervenire sulla scrittura, sulla creazione delle immagini e sulla post produzione. Ma può anche di modificare concretamente le possibilità produttive di un film, perché ridimensiona talmente tanto il budget da renderlo quasi irrilevante. Il dibattito però è aperto: apre spazi di sperimentazione per registi e artisti che possono realizzare progetti difficili da realizzare con i mezzi tradizionali, ma pone anche interrogativi sul rapporto tra tecnologia e creatività.
È un cambiamento che, tra entusiasmo e diffidenza, il cinema sta tenendo d’occhio con attenzione crescente e che trova nel Reply AI Film Festival 2026 uno dei suoi punti di osservazione più significativi. La terza edizione della competizione, che si è chiusa a Venezia in concomitanza con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale, ha incoronato vincitore il cortometraggio A Face Only A Mother Could Love, diretto dal regista canadese Robert Gaudette. A consegnare il riconoscimento è stata una giuria internazionale guidata dal regista Premio Oscar Gabriele Salvatores, che ha raccontato di essere arrivato al festival “con un po’ di diffidenza” e di essere uscito “con una speranza in più”.
Il cortometraggio vincitore e gli altri premiati
A Face Only A Mother Could Love racconta la storia di Marcel, un ballerino parigino nato con una malformazione al viso e abituato a vivere in solitudine. La sua esistenza cambia quando una donna decide di avvicinarsi a lui, dando vita a un legame profondo. Per Robert Gaudette, l’utilizzo di Grok, Nano Banana e Seedance ha reso possibile tradurre visivamente una sceneggiatura che, senza un budget, un cast e una troupe, sarebbe rimasta sulla carta. Il regista canadese ha raccontato di aver iniziato a lavorare al film come esperimento, senza pensare inizialmente a un percorso nei festival: “Questa vittoria significa davvero tanto per me e mi sorprende molto. Ricevere questo riconoscimento mi sembra davvero surreale. È come se avessi cambiato linea temporale o fossi finito nella vita di qualcun altro”.
Il secondo premio è stato assegnato a Le Drip, degli americani Alex Naghavi ed Ezra Li, un cortometraggio animato che racconta l’ultimo giorno sulla Terra di un pesce attraverso dipinti a olio in movimento. Al terzo posto si è classificato Centenarian Kindergarten del collettivo cinese 2xLabs, ambientato in un 2090 nel quale le nascite sono ormai azzerate e quattro centenari cercano di fuggire da una struttura governata da assistenti AI che impongono una felicità obbligatoria. Website dell’inglese Jiaze Li ha ricevuto il Reply AI Studios Grand Prix ed è stato scelto anche dal pubblico con il Community Award, mentre The Child of the Sea” dello spagnolo Ibai Abad ha ottenuto una menzione speciale per il suo processo produttivo ibrido. A 2xLabs è andato anche l’AI for Good Award, promosso con l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni.
Il Reply AI Film Festival
Un verdetto che arriva al termine di un percorso lungo mesi. Quest’anno, per la terza edizione del Reply AI Film Festival la selezione è partita da oltre 3.000 corti presentati da 76 Paesi, un numero quasi doppio rispetto alle edizioni precedenti, segno di quanto sia cresciuto in fretta l’interesse per il genere.
La premiazione si è svolta il 6 settembre alla Match Point Arena del Tennis Club Venezia al Lido, nel programma degli appuntamenti collegati alla Mostra del Cinema di Venezia e si è aperta con due film interattivi firmati da Jacopo Reale, AI Creative Director di Labyrinth Studio: uno costruito sulle musiche originali di Luis Bacalov per Il Postino, l’altro, in prima assoluta, su quelle di Ennio Morricone per Malèna.
La giuria internazionale ha riunito professionisti provenienti dal cinema, dall’audiovisivo e dal settore tecnologico: nomi del calibro di Rob Minkoff, Catherine Hardwicke, Jed Weintrob e Filippo Rizzante, CTO di Reply oltre al già citato Salvatores. Il festival si propone così come uno spazio in cui valutare non semplicemente le possibilità tecniche offerte dall’intelligenza artificiale, ma il modo in cui questi strumenti possono essere inseriti in un progetto creativo e messi al servizio di una storia.
Dove il cinema incontra l’AI
Uno degli aspetti emersi con maggiore chiarezza da questa edizione del Reply AI Film Festival è che l’intelligenza artificiale sta diventando parte di processi creativi sempre più strutturati, senza necessariamente sostituire l’intervento umano. Lo esprime bene Gabriele Salvatores: “Sono rimasto molto colpito dalla capacità di giovani registi e artisti di coniugare le idee e la poesia con la tecnologia. Sono venuto con un po’ di diffidenza ed esco con una speranza in più”.
Arrivati a questo punto, la questione non sembra essere più soltanto se l’intelligenza artificiale possa produrre immagini credibili, ma come fare a inserirla nel processo in modo da renderla funzionale al progetto. Come osserva Filippo Rizzante, “non è cresciuta solo la qualità visiva, ma soprattutto la maturità con cui l’AI viene integrata nel processo creativo, attraverso workflow sempre più strutturati e ibridi”. È una distinzione importante, perché sposta l’attenzione dal risultato alla costruzione del risultato. Un’immagine generata dall’intelligenza artificiale può essere impressionante, ma questo non dice ancora nulla sulla qualità di un film. La vera trasformazione arriva quando questi strumenti entrano in un processo nel quale qualcuno deve continuare a scegliere una storia, stabilire un punto di vista, costruire un’atmosfera, correggere ciò che non funziona e decidere quale direzione dare al materiale prodotto dalla macchina. In altre parole, l’innovazione non coincide con la sostituzione del lavoro creativo, ma con la possibilità di organizzarlo in modo diverso.
È la differenza tra utilizzare l’AI perché può fare qualcosa e utilizzarla perché quel qualcosa serve davvero al film. Ed è proprio in questa seconda direzione che, secondo le osservazioni emerse dalla giuria del Reply AI Film Festival, il cinema generato con l’intelligenza artificiale sembra aver compiuto il suo passaggio più significativo.
