Aosta celebra Rosalie D’Hérin Seris, pioniera della fotografia al femminile

Curata da Daria Jorioz per la Regione autonoma Valle d’Aosta, l’esposizione porta 29 scatti nella Chiesa di San Lorenzo di Aosta fino al 28 febbraio 2027, a ingresso gratuito

©Archivio BREL – Fondo Seris

Per gran parte della storia della fotografia le donne dietro l’obiettivo sono rimaste ai margini dei racconti ufficiali, relegate a comparse in una disciplina che per decenni si è raccontata quasi esclusivamente al maschile. Le eccezioni, quando riemergono, arrivano spesso da archivi periferici, lontani dai grandi musei e dalle antologie internazionali.

È il caso di Marie Rosalie D’Hérin Seris, nata a Montjovet nel 1871 e morta nel 1956, che tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento ha esercitato la professione di fotografa in Valle d’Aosta, prima donna a farlo nella regione. La sua storia, a lungo rimasta fuori dai libri di fotografia, torna ora visibile grazie alla mostra Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta, allestita nella Chiesa di San Lorenzo di Aosta e curata da Daria Jorioz.

Da Montjovet a Saint-Vincent: chi era Rosalie D’Hérin Seris

Marie Rosalie D’Hérin Seris nasce nel 1871 a Montjovet, in una famiglia di estrazione contadina, in un contesto in cui la fotografia resta un mestiere lontano e quasi impensabile per una donna. L’incontro decisivo avviene poco dopo i vent’anni, quando conosce un fotografo ambulante piemontese specializzato in ritratti e decide di seguirlo per apprendere l’uso della macchina fotografica. Trascorre poi alcuni mesi a Torino per perfezionare la tecnica di ripresa e di stampa, prima di tornare in Valle d’Aosta e aprire un’attività propria, specializzata nel ritratto in studio e all’aperto. La prima attestazione documentata della sua attività risale al 1899. I suoi soggetti sono gli abitanti dei paesi valdostani e i villeggianti della Fons Salutis di Saint-Vincent, la borghesia che nei primi decenni del Novecento frequenta le terme e ama farsi ritrarre in gruppo negli spazi termali.

Il territorio fissato dall’obiettivo

Quello che fa Rosalie D’Hérin Seris coglie perfettamente lo spirito del suo tempo. Il suo lavoro si inserisce in un genere ben preciso della fotografia: quello che nell’Italia tra Otto e Novecento la porta ad essere strumento privilegiato per raccontare i territori alpini in trasformazione, tra sviluppo del turismo termale, arrivo delle ferrovie e mutamento dei ruoli sociali. E infatti il racconto che fa della Valle d’Aosta non è basato sul paesaggio ma sulle persone, con però un’attenzione all’ambientazione che rende ogni ritratto anche un piccolo ritratto sociale della comunità.

Un’operazione simile, sul versante lombardo delle Alpi, è quella condotta da Eugenio Goglio in Val Brembana, celebrata quest’anno dalla mostra Ritratto di un’Epoca al Museo della fotografia Sestini di Bergamo: stesso periodo storico, stessa urgenza di fissare una comunità di montagna che cambia. I percorsi professionali però sono opposti, anche a causa del loro genere: Goglio, uomo, ha la possibilità di formarsi all’Accademia di Brera e diventa presto il fotografo ufficiale riconosciuto della sua valle. Rosalie D’Hérin Seris, donna, deve costruire da sola, senza una scuola alle spalle, un mestiere che le viene riconosciuto solo un secolo più tardi.

Una professione quasi solo maschile: perché il primato conta

Definire Rosalie D’Hérin Seris la prima donna fotografa della Valle d’Aosta non è un dettaglio biografico marginale, ma il punto centrale per leggere la sua vicenda. All’inizio del Novecento la fotografia professionale è un settore organizzato attorno a botteghe e studi gestiti quasi sempre da uomini, con percorsi di formazione, attrezzature costose e una rete di clientela che una donna doveva conquistarsi da sola, senza le garanzie di una bottega di famiglia o di un maestro disposto a cederle l’attività.

La storia della fotografia internazionale conosce altri casi analoghi di autrici rimaste a lungo in ombra: Gerda Taro, tra le prime fotografe di guerra, morta nel 1937 e per decenni confusa con il compagno Robert Capa; Lee Miller, che da modella diventa reporter di guerra e il cui archivio viene riscoperto solo dopo la morte; Vivian Maier, la cui produzione sterminata di scatti di strada emerge soltanto grazie al ritrovamento postumo dei suoi negativi. Anche Rosalie D’Hérin Seris rientra in questo schema di autrici il cui lavoro viene riconosciuto tardi, a distanza di decenni, e spesso per iniziativa di terzi più che per una consapevolezza già diffusa al momento della loro attività.

Uno sguardo riconoscibile

Oltre al primato cronologico, quello che rende la vicenda di Rosalie D’Hérin Seris interessante per la storia della fotografia è la coerenza di un metodo. Non si tratta di scatti occasionali o di mestiere ripetitivo, ma di un linguaggio visivo con caratteri propri, come nota la curatrice Daria Jorioz nella presentazione della mostra: “Rosalie D’Hérin Seris, la cui prima attestazione come fotografa è contenuta in un documento del 1899, può essere considerata una figura pionieristica non solo in Valle d’Aosta, ma anche in ambito italiano”.

A definire questo linguaggio, secondo Jorioz, sono scelte precise e ricorrenti: “La sua predilezione della luce naturale che accarezza i volti, la scelta di pose e ambientazioni non convenzionali, la prospettiva leggermente ribassata adottata per i ritratti singoli, l’inserimento nell’inquadratura di piante e scorci architettonici, rendono le sue immagini riconoscibili e il suo stile personale e mai scontato”. Sono elementi che spostano la valutazione del suo lavoro dal semplice valore di testimonianza storica a quello di una vera e propria cifra autoriale.

La mostra ad Aosta

A rendere possibile questo racconto è il Fondo Seris, che custodisce circa settecento negativi originali in bianco e nero alla gelatina-bromuro su lastra di vetro, conservati dal Bureau Régional Ethnologie et Linguistique. La curatrice ne ha selezionate ventinove, riprodotte in grande formato e stampate filologicamente da Enrico Peyrot, in parte con il procedimento storico ai sali d’argento e in parte con tecnologia digitale, una scelta che permette di confrontare la resa dell’immagine originale con quella ottenuta attraverso i mezzi contemporanei.

La mostra ospitata dalla Chiesa di San Lorenzo di Aosta, può essere visitata gratuitamente fino al 28 febbraio 2027 e rappresenta la prima antologica dedicata a Rosalie D’Hérin Seris, un’occasione difficilmente ripetibile per misurarsi con un archivio fotografico che, fino a poco tempo fa, restava sostanzialmente sconosciuto al pubblico.