Fino al 23 agosto, 70 opere del grande artista americano sono esposte a Palazzo Strozzi, al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana per celebrare il suo legame con la città
Gli enormi campi di colore che sembrano sospesi sulla tela e che invitano alla meditazione sono le opere più distintive di Mark Rothko. Grandi quadri che parlano dritti all’anima con un linguaggio nuovo, che invita al silenzio e alla riflessione.
Alcune di queste opere, insieme ad altre precedenti che raccontano le sue sperimentazioni con l’arte figurativa e il Surralismo, fanno parte della mostra che Firenze dedica all’artista americano. Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, Rothko a Firenze celebra fino al 23 agosto il legame del pittore con la città con un corpo di 70 lavori esposti tra il Museo di San Marco, la Biblioteca Medicea Laurenziana e Palazzo Strozzi.
L’architettura di quest’ultimo edificio è, a ben guardare, lo scenario ideale per esplorare come l’artista traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita attraverso il colore a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela.
Chi è Mark Rothko
Prima di diventare Mark Rothko, quando ancora viveva a Dvinsk dove nacque nel 1903, si chiamava Marcus Rothkowitz. A 10 anni con la madre e la sorella partì dalla Russia alla volta di Portland, negli Usa, dove già vivevano il padre i fratelli: fu lì, qualche anno dopo, che si compì la trasformazione sancita dal cambio di nome.
Mark Rothko non ebbe mai una vera e propria formazione artistica, né in ambito scolastico né universitario, ma solo la sua immensa passione e sconfinato talento lo portarono a essere uno degli artisti più ammirati e riconoscibili del Novecento.
Tra la fine degli anni Trenta e il 1946 nei suoi dipinti e acquerelli è evidente l’influenza dei pittori surrealisti. Mitologia greca, arte primitiva e psicoanalisi sono in questo periodo le sue fonti di ispirazione, mentre sperimenta la tecnica del disegno automatico e crea forme astratte con allusioni alla vita umana e animale.
Verso la fine degli anni Quaranta lo stile pittorico di Mark Rothko arriva un punto di svolta. Abbandona la figurazione e si dedica a forme astratte, quelle che sono diventate poi la sua cifra stilistica e per le quali viene ricordato: tele di grandi dimensioni composte da campiture fluttuanti e sovrapposizioni di colore.
Gravemente malato, Mark Rothko morì suicida nel suo studio a New York nel 1970. Le sue opere sono esposte oggi nei più importanti musei del mondo, dal Moma di New York alla Tate Modern di Londra, dal Centre Pompidou di Parigi al LACMA di Los Angeles. La mostra a Firenze celebra non solo la sua arte, ma anche il suo rapporto con l’Italia, fondamentale nel percorso dell’artista.
Cosa aspettarsi dalla mostra a Palazzo Strozzi
A Palazzo Strozzi sono presentate 70 opere di Mark Rothko, molte delle quali mai esposte in Italia. Il percorso segue un ordine cronologico: si parte dalle opere figurative e legate alle sperimentazioni surrealiste, per arrivare a quelle degli anni Cinquanta e Sessanta, con le grandi campiture cromatiche
che parlano dritte al cuore dell’osservatore con linguaggio intriso di spiritualità e poesia.
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Il colore nelle opere di Rothko si fa spazio ed esperienza. Crea architetture di emozioni aprendo a uno spazio interiore, un portale (come viene spesso definito) che permette di entrare dentro noi stessi attraverso la tela. Colore e luce generano un’esperienza emotiva diretta, e rimandano ad emozioni ancestrali. I gialli e rossi brillanti dominano nelle opere degli anni Cinquanta, ma i toni accesi virano verso i verdi e i blu profondi successivamente, fino ad arrivare ai grigi e neri mano a mano che la sua indagine artistica si fa più introspettiva.
Le altre sedi della mostra
Il percorso espositivo fiorentino parte da Palazzo Strozzi, per espandersi poi in altri luoghi di Firenze, coinvolgendo due sedi particolarmente care all’artista: il Museo di San Marco e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana.
In occasione della mostra, il primo riapre l’intero percorso museale e la Sala del Beato Angelico viene riallestita, con cinque opere esposte in altrettante celle affrescate dal pittore rinascimentale. Contemporaneamente, il secondo ospita due opere in dialogo con lo spazio progettato da Michelangelo.
Come ha spiegato Elena Geuna, curatrice dell’esposizione: “La quiete meditativa degli affreschi di Beato Angelico al Museo di San Marco e la tensione spaziale del vestibolo della Biblioteca Laurenziana di Michelangelo riecheggiano nella ricerca di una pittura capace di esprimere i più profondi stati d’animo umani”.
Quando Rothko visitò Firenze nel 1950 con la moglie Mell rimase affascinato dalle opere di Beato Angelico al Museo di San Marco. Il modo di dipingere dell’artista rinascimentale ha influenzato in maniera sorprendente le sue opere, come si vede nell’utilizzo delle tonalità più delicate e impalpabili. Ad accomunare i due artisti apparentemente così lontani nel tempo e nello spazio, il desiderio di evocare un senso di trascendenza, una dimensione contemporaneamente distante e profondamente familiare.
Anche l’architettura della Biblioteca Medicea Laurenziana è stata determinante nell’evoluzione artistica di Rothko. Da questa ha tratto la fonte di ispirazione principale per la serie dei “Seagram Murals”, realizzata alla fine degli anni Cinquanta.
Il legame di Rothko con l’Italia e Firenze
Il rapporto che Mark Rothko ha avuto ha avuto con l’Italia è stato intenso e profondo, e ha determinato il suo modo di fare e intendere l’arte. “È l’unico luogo in cui mio padre non era restio ad andare e che, anche da lontano, continuò a stimolare la sua immaginazione con la ricca documentazione pittorica, architettonica e archeologica da lui studiata con avidità”, ha spiegato suo figlio Cristopher Rothko, curatore dell’esposizione.
L‘antichità e il Rinascimento sono stati al centro dell’interesse dell’artista e la Firenze del XV e XVI secolo non poteva non incarnare il suo ideale di perfezione. Nella grandezza dei maestri di quel periodo, Rothko riconosce un’affinità con le proprie domande strutturali, tecniche e filosofiche.
Nel corso degli anni è stato in Toscana, in Veneto, ha soggiornato due mesi a Roma, ha visitato Pompei e il sud del Paese, rafforzarono la sua determinazione a creare un’arte che, proprio come le opere che incontra viaggiando, sia senza tempo.
Perché questa mostra è importante
Quello a Firenze è un appuntamento imperdibile con Mark Rothko e la sua arte. Un progetto unico, realizzato espressamente per le sedi espositive, che porta per la prima volta in Italia alcune delle opere del pittore americano.Visitare l’esposizione è un modo per ripercorrere tutta l’evoluzione artistica dell’artista così da comprendere qual è stato il percorso che l’ha condotto a sintetizzare l’emozione profonda in grandi blocchi di colore. Osservare questa vasta selezione dei suoi lavori permette di entrare nel suo mondo, lasciandosi trascinare dalla potenza evocativa delle opere.
Come ha ben spiegato Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, “Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del Novecento, trasformando il colore in esperienza, spazio e meditazione”.
Il dialogo con le sedi espositive di Palazzo Strozzi, del Museo di San Marco e della Biblioteca Laurenziana permette inoltre di cogliere un elemento fondamentale della sua arte: la dimensione spirituale e contemplativa della pittura, che Rothko concepiva come un’esperienza immersiva capace di coinvolgere profondamente lo spettatore. Le sue grandi campiture di colore non sono quindi solo composizioni astratte, ma spazi emotivi pensati per favorire raccoglimento, introspezione e una relazione intima tra opera e osservatore.
