A Palazzo Marin, in occasione della Biennale, fino al 6 settembre, la regista e artista iraniana porta il suo lavoro più personale e politico
C’è una storia vera al centro di questo progetto, e non è una storia che finisce bene. Nasim Aghdam era una donna iraniana cresciuta in California, fuggita dall’Iran da bambina insieme alla sua famiglia a causa delle persecuzioni legate alla fede bahá’í. Negli Stati Uniti non riuscì mai davvero ad appartenere: troppo straniera per integrarsi, troppo lontana per tornare. Trovò nel web uno spazio tutto suo, aprì un canale YouTube, cantò e ballò in video stilizzati e provocatori per incarnare e sovvertire l’immagine universale della donna come oggetto di desiderio e di controllo che il pubblico si aspettava. I suoi contenuti diventarono virali. Poi YouTube chiuse il suo account. Lei visse quella chiusura come una censura, simile a quella che aveva già subita in Iran. Nel 2018 entrò armata nella sede dell’azienda, ferì alcune persone e si tolse la vita. Aveva trentotto anni.
Shirin Neshat ha scelto di fare di questa storia la materia del suo nuovo lavoro, e il risultato, la trilogia “Do U Dare!”, è visibile a Venezia, nelle sale di Palazzo Marin, in occasione della Biennale 2026, dal 9 maggio al 6 settembre. Il progetto è organizzato da Associazione Genesi e Banca Ifis, curato da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi, e presentato da Gladstone Gallery e Galleria Lia Rumma in collaborazione con Magonza editore.
Perché Neshat ha scelto Nasim
Il legame tra Shirin Neshat e Nasim Aghdam non è solo tematico, è biografico. Entrambe iraniane, entrambe in esilio americano, entrambe alle prese con la necessità di costruire un’identità artistica in un Paese che non le aveva scelte.
“Do U Dare!” nasce proprio da questa connessione dolorosa, da questa domanda sull’osare, sul quanto ci si può spingere per ottenere riconoscimento, e a quale prezzo umano. La trilogia non è un documentario né una ricostruzione fedele: è un ritratto frammentato del mondo interiore di Aghdam, costruito attraverso tre ambienti diversi di New York, tre contesti socioeconomici che diventano altrettanti specchi della sua condizione.
Brooklyn, Wall Street, lo studio di casa
Il primo film è ambientato in un quartiere di immigrati a Brooklyn. Nasim attraversa una comunità segnata da povertà, esclusione e disperazione silenziosa, osservando vite intrappolate nell’indifferenza burocratica e nell’alienazione culturale. La sua ribellione cresce lentamente, fino a diventare un atto radicale: il bisogno di essere ascoltata che si trasforma in protesta.
Il secondo film porta lo sguardo nel distretto finanziario di Wall Street, tra folla e routine meccanica. Di notte, quella folla emotivamente svuotata viene attratta da una voce senza corpo, e Nasim scopre di esserne la fonte: una performer capace di commuovere gli sconosciuti, finalmente vista, finalmente al centro.
Il terzo e ultimo film si svolge nello studio domestico, il luogo segreto dove Nasim realizzava i suoi video, interpretando personaggi diversi, passando da un’identità all’altra, prendendo in giro l’America che l’aveva accolta e delusa, mettendo a nudo l’ipocrisia di un sistema che promette libertà e produce esclusione. Al centro di questo episodio c’è anche il corpo femminile nei media contemporanei, eternamente estetizzato e mercificato, sorvegliato e consumato.
La forma visiva, tra realismo e dimensione magica
Fedele alla propria poetica, Shirin Neshat costruisce la trilogia muovendosi tra il realismo sociale in bianco e nero e una dimensione surreale e magica, che rappresenta la fragilità mentale di Aghdam, la sua incapacità di distinguere tra immaginazione e realtà, la sua ossessione nell’impersonare gli altri. Quello scivolamento tra i due registri non è un artificio stilistico: è il modo in cui Neshat descrive l’esperienza dell’esilio, quella condizione in cui l’identità si spezza e si ricompone continuamente, in cui il confine tra chi si è stati e chi si sta diventando smette di essere chiaro.
“Do U Dare!” è, in questo senso, uno specchio e un dialogo: una meditazione sulla solitudine, sulla creazione artistica come necessità vitale, e su quanto sottile sia il confine tra fare arte e distruggersi.
Chi è Shirin Neshat
Nata in Iran e residente a New York, Shirin Neshat lavora con fotografia, video, cinema e opera lirica, costruendo da decenni un corpus di opere che esplora potere, religione, genere, razza e il rapporto tra individuo e collettività, sempre attraverso la lente della sua esperienza personale come donna iraniana in esilio. Il suo nome è legato a una serie di riconoscimenti che ne misurano l’importanza internazionale: nel 1999 ha vinto il Leone d’Oro alla 48esima Biennale di Venezia, cui si aggiunsero negli anni l’Hiroshima Freedom Prize, il Dorothy and Lillian Gish Prize e il Praemium Imperiale.
Nel 2009 ha diretto il suo primo lungometraggio, “Women Without Men”, che ha ottenuto il Leone d’Argento per la migliore regia alla Mostra del Cinema di Venezia. Ha firmato regie di opera lirica al Festival di Salisburgo, portando la sua visione su Verdi nel 2017 e nel 2022, con un allestimento poi ripreso dall’Opéra di Parigi nel 2025. In questo momento sta dirigendo “Orfeo ed Euridice” di Gluck al Teatro Regio di Parma, la cui prima si è tenuta nel gennaio 2026. Le sue mostre personali hanno attraversato le istituzioni più importanti del mondo, dalla Serpentine Gallery di Londra all’Hamburger Bahnhof di Berlino, dall’Hirshhorn Museum di Washington al Museo Correr di Venezia. Una carriera costruita sull’esilio, e che dell’esilio ha fatto la sua materia prima.
