Song Dong invade il Mao di Torino: oggetti personali, memoria e storia collettiva nella prima mostra italiana

Particolare della mostra Song Dong. Soul Out Giorgio Perottino

Fino al 27 giugno 2027 Palazzo Mazzonis diventa un percorso immersivo di installazioni, fotografie e video di performance, tra gli oltre diecimila oggetti di una casa di famiglia e le centinaia di lampade prestate dai cittadini

Più di diecimila oggetti, e quasi nessuno di quelli che di solito si pensa di conservare: bottoni, tubetti di dentifricio vuoti, tappi di bottiglia, saponette, sacchetti della spesa, pile di scatole di medicinali, giocattoli abbandonati, vecchie riviste. È da qui che bisogna partire per raccontare Song Dong. Soul Out in mostra al MAO Museo d’Arte Orientale di Torino fino al 27 giugno 2027. Al centro dell’esposizione c’è “Waste Not”, l’opera che Song Dong ha costruito insieme alla madre, Zhao Xiangyuan, e che per la prima volta arriva in Italia dopo le tappe al Barbican Centre di Londra, al MoMA di New York, alla Kunsthalle Düsseldorf e alla Vancouver Art Gallery.

Quegli oggetti sono il corredo materiale accumulato con ostinazione dalla madre dell’artista, compresa la struttura in legno della sua casa. Dopo la morte del marito, nel 2002, la passione per il collezionismo era diventata per lei un’ossessione, un modo di tenere insieme ciò che rischiava di andare perduto. Song Dong la trasforma in un’installazione che parla di memoria e di accumulo, e che guarda con occhio lucido alle logiche di produzione e consumo del presente. L’eco di Duchamp e del ready-made c’è, ma qui il gesto di appropriazione ha il calore di una storia di famiglia.

Un museo da attraversare

La mostra, curata da Li Zhenhua e Davide Quadrio con Francesca Filisetti e Rebecca Ricci, e con la consulenza scientifica di Manuela Lietti, non si limita a occupare qualche sala. È pensata come un progetto site-specific che coinvolge l’intero museo e che mette le opere in dialogo con le collezioni permanenti e con l’architettura storica del palazzo. Il percorso ripercorre oltre trent’anni di lavoro, tra installazioni, fotografie e video di performance realizzate dagli anni Novanta a oggi.

A fare da soglia è Believe, una cascata di luce rossa adattata agli spazi del museo. Un gioco di parole sul significato della fiducia, che mette in circolo una rete di reciproca diffidenza, verso gli altri e verso sé stessi. È l’ingresso nella dimensione sensoriale e immersiva che accompagna tutta la visita.

Padri, figlie, lampade in prestito

Il tema della famiglia attraversa la ricerca di Song Dong e ritorna in due lavori dedicati rispettivamente al padre e alla figlia, Touching My Father e My Daughter is my Four Seasons, che esplorano le dinamiche affettive e le diverse forme di contatto all’interno del nucleo familiare.

Poi c’è Borrow Light, che abita il Salone Mazzonis ed è forse il punto in cui la mostra parla più direttamente a Torino. Presentata alla Biennale di San Paolo nel 2025, qui l’opera prende forma grazie a centinaia di lampade prestate dai cittadini, in risposta all’invito lanciato dal museo a maggio 2026. Luci, specchi e riflessi costruiscono uno spazio percettivo che richiama le case degli specchi dei luna park e il feng shui tradizionale cinese, e ogni lampada resta al tempo stesso elemento dell’opera e traccia delle storie di chi l’ha messa a disposizione.

Il pensiero dietro i gesti

Nato a Pechino nel 1966, Song Dong lavora con gesti minimi, ripetizione e trasformazione di materiali ordinari. La sua ricerca affonda nel pensiero di Laozi e Zhuangzi, di cui riprende la fluidità dell’esistenza e la non-azione, con un approccio intuitivo vicino anche allo Zen. Il suo linguaggio si confronta con l’Arte Povera italiana, con il Mono-Ha giapponese, con il Minimalismo e l’Arte Concettuale statunitense. Ne nasce una poetica che guarda al tempo, all’impermanenza e alla fragilità dell’esperienza umana, e che attraverso il quotidiano restituisce anche uno sguardo sulla Cina contemporanea.

Come ha detto Davide Quadrio, direttore del museo, la mostra è un ritratto espanso dell’artista, con opere che si distribuiscono negli spazi come presenze in dialogo costante con le collezioni, a fare del Mao un organismo vivo e in trasformazione.

Intorno alla mostra

Il progetto è accompagnato da Evolving Soundscapes, programma di musica e performance curato da Chiara Lee e freddie Murphy, da conferenze, proiezioni e attività didattiche e laboratoriali, e da un catalogo bilingue, in italiano e in inglese, con nuovi saggi e un ricco apparato iconografico. I contenuti audiovisivi sono disponibili anche in Lingua dei Segni Italiana.

Dal 23 ottobre è aperto anche il nuovo allestimento Made in China, a cura di Laura Vigo, che rilegge la collezione archeologica cinese del museo, oltre 140 oggetti dal Neolitico alla dinastia Tang, con teche specchianti, strumenti digitali e contenuti accessibili. Un secondo racconto di oggetti e di gesti, che dialoga con quello di Song Dong. La mostra nasce con la collaborazione di Tokyo Gallery+BTAP e Beijing Commune.